di tipi come te ne ho conosciuti un fottio  di gente scorretta, di gente che sfrutta che prima ti usa e a cose fatte ti butta.

Sistemate anche le ferie di Agosto

Quattro giorni di safari in Italia: vediamo cosa riesco a prendere

E’ stata fermata appena giunta in patria. Ora rischia la condanna a morte per aver ucciso l’uomo che aveva tentato di violentarla

Faith Aymoro è stata arrestata appena giunta in Nigeria e ora rischia la pena di morte per impiccagione. La giovane africana è stata espulsa ieri dal Cie di Bologna, città in cui era arrivata tre anni fa in fuga dal suo Paese, nel quale aveva ucciso l’uomo che aveva tentato di violentarla. A confermarlo è il suo avvocato difensore Alessandro Vitale, avvisato dal fidanzato della ragazza, che vive e lavora a Bologna.
La donna era arrivata al Cie da due settimane, quando, dopo aver denunciato un tentativo di stupro, la polizia ha emesso nei suoi confronti il terzo decreto di espulsione; i due precedenti non erano stati ottemperati. Ieri mattina la decisione di prelevarla e obbligarla a lasciare l’Italia alla volta del suo Paese d’origine.

”Oggi ho avuto la conferma ufficiale del suo rimpatrio dalla questura di Bologna – spiega il suo legale – L’unica cosa che possiamo fare, non appena l’arresto della donna sarà ufficializzato, è appellarci allo Stato italiano perché intervenga, oppure a un’associazione internazionale come Amnesty international”.

Una corsa contro il tempo la cui posta in gioco è la vita. Faito
Ayworo è una ragazza nigeriana venuta in Italia per sfuggire a una
condanna
a morte. Nel suo paese era stata processata per omicidio: un uomo aveva
cercato di violentarla, lei si era difesa uccidendolo. Come riferito
dall´avvocato Alessandro Vitale, due settimane fa a Bologna un altro uomo,
suo connazionale, ha tentato di stuprarla nel suo appartamento. I vicini
di
casa hanno chiamato la Polizia; gli agenti, dopo aver identificato la
giovane donna e aver verificato che su di lei pendevano due decreti di
espulsione non ottemperati l´hanno rinchiusa nel Cie di via Mattei. A
nulla
è valsa la richiesta del suo legale di ottenere un permesso di soggiorno
per motivi di giustizia per permetterle di testimoniare contro lo
stupratore, né la domanda di sospensiva presentata al giudice di pace. I
tempi della giustizia sono stati superati da quelli del rimpatrio. Quando
questa mattina il suo avvocato è finalmente riuscito a raccogliere tutti i
documenti e presentare anche la richiesta di asilo politico, gli agenti
l´avevano già portata via per rimpatriarla. Così, a 23 anni, Faito sta
attraversando il paese contando le sue ultime ore. Verso Fiumicino, verso
il primo aereo per la Nigeria. I suoi legali stanno cercando di mobilitare
tutte le istituzioni per bloccare la partenza forzata, ma ogni ora che
passa le speranze sono più flebili. “Finchè la ragazza si trova sul
territorio italiano, io credo che l´Italia commetta un crimine
internazionale a lasciarla andare nel proprio paese dove all´arrivo
l´attende l´impiccagione
” – ha detto l´avvocato Vitale.

Tutte le volte che il Dell’Utri di turno viene trovato troppo immischiato con la mafia, nugoli di sguatteri del regime ci ammorbano con una lunga serie di menzogne disoneste.

Fra queste c’è quella secondo la quale l’ipotesi delittuosa del concorso c.d. esterno in associazione mafiosa sarebbe una “montatura” dei magistrati. Un reato inesistente nella legge, inventato dai magistrati per perseguitare politici galantuomini che, avendo bisogno di un eroe da ammirare, scelgono Vittorio Mangano.

La verità è, invece, un’altra.

L’art. 110 del codice penale dispone che “quando più persone concorrono nel medesimo reato, ciascuna di esse soggiace alla pena per questo stabilita, salve le disposizioni degli articoli seguenti”.

Chi ha studiato giurisprudenza, sa che l’art. 110 del codice penale punisce le cc.dd. “condotte atipiche”.

Faccio un esempio facile con l’omicidio.

Chi spara a un uomo e lo ammazza commette la condotta “tipica” descritta dall’art. 575 c.p.: “Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno”.

Ma che si fa se Tizio dice a Caio: “Senti, devo ammazzare Sempronio, ma non trovo una pistola. Tu me ne potresti prestare una che funzioni bene? Ci ammazzo Sempronio e te la restituisco”?

Caio presta la pistola a Tizio, sapendo che lui la userà per uccidere Sempronio e proprio perché possa uccidere Sempronio.

Ma Caio non commette la condotta di cui all’art. 575 c.p. e non spara materialmente a nessuno.

Se non ci fosse l’art. 110 del codice penale Caio non verrebbe punito.

In forza dell’art. 110 c.p. chi concorre in un omicidio risponde dell’omicidio.

Nell’esempio che ho appena fatto, Caio ha concorso con Tizio nell’omicidio di Sempronio – in particolare fornendo intenzionalmente l’arma per il delitto – e viene, quindi, punito ai sensi del combinato disposto (così si dice in gergo) degli artt. 110 e 575 del codice penale.

Questa cosa si fa ogni giorno con mille e mille reati e mille e mille delinquenti.

Dunque, l’art. 628 c.p. punisce la rapina, disponendo che “chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, mediante violenza alla persona o minaccia, s’impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, è punito con la reclusione da tre a dieci anni e con la multa da 516 euro”.

Il palo che sta fuori dalla banca non minaccia nessuno e non si appropria di niente. Fa il palo fuori dalla banca, mentre i suoi complici rapinano.

Il palo viene punito applicando l’art. 110 c.p.. Altrimenti non verrebbe punito.

E così chi presta il suo casolare di campagna per custodire un rapito, risponde del rapimento. E chi passa i codici del sistema d’allarme ai ladri risponde del loro furto. E così via.

La domanda allora è: perché mai queste regole che valgono per tutti i reati non dovrebbero valere anche per l’associazione a delinquere di tipo mafioso?

Solo perché in questa cosa sono coinvolti anche politici importanti, amici di altri politici importanti?

Si dice: il reato di associazione a delinquere è “particolare”, o uno è associato o non lo è; il concorso c.d. esterno non è ipotizzabile.

E’ una menzogna vergognosa.

Anziché spendere mille parole, faccio un esempio.

Io faccio il magistrato, sono nato e vivo in Sicilia.

Immaginiamo che mi venga a trovare Pippo, un mio vecchio compagno del liceo e mi dica: “Caro Felice, come sai io faccio parte di una cosca mafiosa. La mia cosca è in pericolo, perché la polizia ci cerca con tutti i mezzi. Abbiamo bisogno di una casa dove riunirci senza temere di essere sorpresi. So che tu hai una casa al mare che usi poco. Ti vorrei chiedere se ce la presti per le riunioni della mia cosca. Essendo la casa di un magistrato, la polizia non sospetterà nulla”.

Immaginiamo che io, essendo un verme, dica: “Senti Pippo, noi siamo stati compagni di scuola e ci siamo voluti bene. Siamo rimasti amici anche per tutti gli anni successivi. Io, in relazione al fatto che faccio il magistrato, non voglio essere coinvolto nella tua cosca e non ne voglio fare parte. Ma se ti serve casa mia, ecco le chiavi”.

Le domande sono le seguenti:

1. Si può dire che io faccia parte della cosca mafiosa di Pippo? Certamente no, perché non ho fatto nulla per associarmi e ho detto chiaramente a Pippo che non voglio fare parte della sua cosca.

2. Dare consapevolmente a una cosca mafiosa un covo sicuro dove riunirsi significa o no “concorrere” nel reato di associazione mafiosa? Sembra, francamente, di si. Dare un covo sicuro a una cosca da, infatti, un evidente e prezioso contributo alla vita e sopravvivenza della cosca medesima.

Giuristi da accatto hanno detto: “Ma c’è già il favoreggiamento. Il concorso esterno è un di più. E per di più la condotta del concorrente esterno o è già punita come reato autonomo o non è niente”.

Chi ha fatto queste affermazioni – e le hanno fatte anche professori universitari e avvocati disperatamente protesi a conquistare la gratitudine del solito padrone – o è ignorante o è in malafede.

Il favoreggiamento, infatti, è punito dall’art. 378 c.p., che dispone che: “Chiunque, dopo che fu commesso un delitto … aiuta taluno a eludere le investigazioni dell’Autorità, o a sottrarsi alle ricerche di questa, è punito …”.

Quindi, il favoreggiamento punisce l’aiuto dato a qualcuno per eludere le investigazioni DOPO che è stato commesso il reato. Non l’aiuto dato prima e/o durante la commissione del reato. Quest’ultimo non è favoreggiamento, ma concorso nel reato.

Peraltro, una prova decisiva di tutto questo si trae dall’art. 418 del codice penale, che punisce l’assistenza prestata agli associati.

Quella norma dispone testualmente che “chiunque, fuori dei casi di concorso nel reato o di favoreggiamento, dà rifugio o fornisce vitto, ospitalità, mezzi di trasporto, strumenti di comunicazione a taluna delle persone che partecipano all’associazione è punito con la reclusione da due a quattro anni”.

Quindi, l’art. 418 c.p. cita espressamente tre tipologie diverse e autonome di reato: l’assistenza agli associati (che provvede a punire), il favoreggiamento e il concorso nel reato.

Dunque, la configurabilità del concorso nei reati associativi appare francamente fuori discussione, con buona pace dei tanti giuristi da accatto e giornalisti servi che affliggono la vita agonizzante della nostra democrazia.

E quanto, infine, al fatto che la condotta del concorrente esterno o è punita come reato autonomo o non è niente, basta osservare che stare davanti a una banca e guardare la strada per vedere se arriva la polizia o è concorso nella rapina ex art. 110 c.p. o non è niente. Il reato di “palo” non esiste.

Prestare una macchina a un amico non è, in sé, nessun tipo di reato.

Come prestare la casa a mare a un amico e ai suoi amici non è, in sé, nessun reato.

Ma prestare la macchina a un amico che ti dice che deve fare una rapina e ha bisogno di un’auto con la quale scappare è, pacificamente (e anche per tutti i servi del regime), concorso nella rapina.

Così dare consapevolmente la casa a mare a una cosca mafiosa perché vi si riunisca in sicurezza è certamente concorso nell’associazione mafiosa.

E non è una invenzione dei giudici.

Ed è concorso nell’associazione mafiosa anche se lo fa un amico di questo o quel politicante.

E i complici dei mafiosi meritano il nostro disprezzo sia se abitano in un quartiere povero e malfamato, sia se stanno in palazzi di lusso o magari in Parlamento. Anzi, forse ne meritano di più quelli che stanno in Parlamento.

E davvero francamente non se ne può più di cambiare canale alla TV, magari per sbaglio, e sentire lo sguattero di turno che, con il tono e la faccia di uno che davvero ne capisce di diritto, dice che questo reato di concorso in associazione mafiosa è “discutibile”. Verrebbe da dirgli “discutibile sarà lei e i delinquenti che protegge”. Ma, purtroppo, la televisione parla, quasi sempre blatera, ma non ascolta.

Caí en la trampa
de ser tu amigo
caí en la trampa de tí confiar
desde que un día
tú decidiste
dejar lo nuestro en lo vulgar

Caí en la trampa
de ser tu amigo
caí en la trampa de tí confiar
desde que un día
tú decidiste
dejar lo nuestro en la na’

Tú el que cuando
habre la boca
todo es justicia y honestidad
sólo pensaste
en tu futuro
y en la premista calcular

Caí en la trampa
de ser tu amigo
caí en la trampa de tí confiar
tú eras mi amigo
yo era tu socio
y ese negocio me salió mal

Tú que le tienes
miedo a la vida
que siempre buscas seguridad
tú decidiste
ir a lo tuyo
sin respetar al personal

En la gran feria
de la mentira
tu eres el rey el rey de un día
En la gran feria
de la mentira
yo fui el ciego el que no sabía

Caí en la trampa
de ser tu amigo
caí en la trampa de tí confiar
desde que un día
tú decidiste
dejar lo nuestro en lo vulgar

L’Ansa battuta qualche minuto fa a proposito della fiducia che il Governo chiederà sul Maxi-emendamento in materia di intercettazioni ha un significato sinistro e preoccupante per la Rete: il testo maxi-emendato, infatti, introduce nel nostro Ordinamento l’obbligo di rettifica entro 48 ore a pena di una sazione pecuniaria tra i 15 ed i 25 milioni di vecchie lire per tutti i titolari di “siti informatici”.

Ho già detto molto, se  non tutto, qui e qui a proposito della questione e, per non ripetermi (troppo) credo debba solo aggiungere che il Governo sta mostrando, una volta di più, di non conoscere la Rete ma di temerla incredibilmente almeno fin tanto che sarà diversa da una televisione…

Il maxi-emendamento rischia di cambiare molto nelle dinamiche dell’informazione in Rete ed è un inutile sacrificio della libertà di espressione che comprimerà i diritti di molti senza arrecare alcun vantaggio neppure a pochi.

Parliamone, parliamone, parliamone…

“Mo tutti sto estracomunitari che que, chi li mantiene che non ci abbiamo nemmeno i macheroni per noi altri?”

In italia lavorano regolarmente 1.5 milioni di stranieri (che per inciso sono il 10% dell’intera forza lavoro del paese) su un totale di circa 4 milioni.

La percentuale di clandestini, ovviamente è una stima non può essere diversamente, è attorno al 10%
Gli immigrati producono il 9% del PIL, i Comuni italiani spendono specificamente per gli immigrati il 2,4% della loro spesa sociale (nel 2005, ultimo dato disponibile, 137 milioni di euro). Tenendo conto che gli immigrati sono fruitori anche di servizi a carattere generale, si può stimare che attualmente per loro si possa arrivare a una spesa sociale di un miliardo di euro, ampiamente coperti dai 3,7 miliardi di euro che assicurano come gettito fiscale.
Spero con questo di aver risposto a chi chiede “chi li mantiene”

Si arrangiano e ci avanzano pure 2,7 MILIARDI di euro

Et capè Berto ?

Due giorni fa, a nome dell’assemblea delle realtà sociali e politiche che
hanno indetto la manifestazione regionale del 24 gennaio per fermare il
massacro di Gaza, ho presentato il preavviso alla Questura di Bologna per
il percorso del corteo che prevedeva: concentramento in Piazza dell’Unità
alle ore 15.30, partenza della manifestazione alle ore 16,15, via
Matteotti, ponte Galliera, Piazza XX Settembre (con breve pausa alle 17 per
chi volesse fare la “preghgiera del tramonto”), via Indipendanza, via
Rizzoli, Piazza Maggiore (dove si terranno interventi e dove verrà attivato
un collegamento da Gaza).

Questa mattina alle 12 sono stato convocato in Questura e mi è stato
comunicato: il corteo non potrà partire prima delle 17 e 15 (dopo cioè che
le persone di religione islamica avranno già pregato, perché una preghiera
nell’ambito di una manifestazione non si può fare). Per quanto riguarda il
percorso, è vietata tutta la T del centro storico e Piazza Maggiore, è
autorizzato solo un berve tratto da Piazza dell’Unità a Piazza XX Settembre
(andata) e poi ritorno da Piazza XX Settembre a Piazza dell’Unità.

Io l’unica cosa che ho risposto è che questa proposta la ritengo un insulto
all’intelligenza delle persone che hanno indetto la minifestazione e me ne
sono andato.

Un primo giudizio politico a caldo: è evidente che la strumentalizzazione
politica di Lega Nord, Forza Italia, Alleanza Nazionale e PD ha prodotto la
negazione del diritto a manifestare, il più elementare dei “diritti
democratici”. In secondo luogo, da parte di queste forze politiche c’è la
volontà di oscurare il massacro della popolazione palestinese da parte
dell’esercito israeliano, attraverso una campagna di criminalizzazione
della comunità araba e palestinese residente in Italia e delle realtà
sociali e politiche al di fuori dello schieramento bypartisan.

Dobbiamo rispondere immediatamente… il diritto ad esprimere le nostre
idee non ce lo faremo togliere.

Valerio Monteventi